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Quando il fisco non ti avverte prima dell’accertamento
7 settembre 2017

uovo con occhio 180Valido l’accertamento fiscale “a tavolino” emesso dall’Agenzia Entrate senza il confronto preventivo con il contribuente se non si tratta di tributi armonizzati.

• È legittimo che un contribuente si veda piombare, dall’oggi al domani, un accertamento fiscale da parte dell’Agenzia delle Entrate senza prima essere avvisato dell’avvio dei controlli ed essere così messo in condizione di presentare delle difese

preventive? • Certo, se il fisco avesse l’accortezza e la prudenza di chiedere chiarimenti all’interessato risparmierebbe a questi un ricorso al giudice per far annullare l’accertamento e a sé stesso (e a tutti i contribuenti) di pagare le spese processuali conseguenti a una condanna. Avevamo iniziato in questo modo l’articolo Prima di un accertamento fiscale devo essere avvisato? scritto circa un anno fa. Ora il medesimo tema si ripresenta oggi perché la Cassazione, con un’ordinanza appena depositata [1], è di nuovo intervenuta sulla questione. Il problema che si pone quando il fisco non ti avverte prima dell’accertamento è evidentemente molto sentito dai contribuenti che, in determinate situazioni, potrebbero evitare l’avvio della macchina tributaria con la semplice presentazione di un documento o di una pezza d’appoggio a dimostrazione della correttezza del proprio operato. E visto che fare le cause non piace neanche a chi ha ragione, di certo un confronto preventivo, magari davanti allo stesso ufficio delle Entrate, risparmierebbe costi e tempo a tutti.

• Ma evidentemente non è così.
Secondo infatti la Cassazione, in determinate situazioni l’Agenzia delle Entrate può emettere accertamenti fiscali senza prima avvisare il contribuente, ossia senza procedere a quella fase di confronto che i tecnici chiamano «contraddittorio preventivo». Questo succede quando si tratta di tributi riscossi dall’erario come Irpef e Irap. Al contrario è necessario dare la possibilità al contribuente di conoscere le contestazioni mossegli dall’ufficio, prima dell’arrivo dell’accertamento vero e proprio, tutte le volte che si tratta di tributi armonizzati (quelli, cioè, rientranti nella competenza dell’Ue come ad esempio l’Iva) o di accertamenti eseguiti tramite redditometro e studi di settore.
Risultato: il contribuente che abbia evaso le tasse non dichiarando un reddito o chiedendo delle detrazioni che non gli spettano può essere raggiunto immediatamente da un accertamento fiscale emesso «a tavolino», per contestare il quale non potrà più rivolgersi al funzionario dell’Agenzia delle Entrate che lo ha firmato, ma dovrà fare una causa, con tutto ciò che questo comporta. Secondo infatti la Cassazione a sezioni unite [2], in Italia non esiste un obbligo generale di contraddittorio preventivo. Nell’ipotesi di accertamento a tavolino (fatto cioè senza confronto preventivo e senza ispezioni), il confronto preliminare con il contribuente e la concessione a questi di un termine per presentare documentazione o per essere ascoltato di persona al fine di chiarire la posizione esiste solo nei seguenti casi:
• per i tributi armonizzati come l’Iva (e ciò solo a condizione che il contribuente enunci in concreto le ragioni che avrebbe inteso far valere al fine di valutare la natura non meramente pretestuosa dell’opposizione).
• per gli accertamenti derivanti da una verifica effettuata presso la sede del contribuente;
• per gli accertamenti con redditometro o studi di settore.
Tutto questo non fa che rafforzare la distinzione tra contribuenti «di serie A» – che hanno diritto al contraddittorio preventivo e a ricevere copia del verbale conclusivo delle operazioni di verifica – e contribuenti « di serie B» i quali scoprono invece le pretese dell’Agenzia delle Entrate solo in seguito alla notifica dell’avviso di accertamento

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