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L’Opinione di Bruno Villois – per Libero  20.02.2019
La crisi è tra noi - Manca una strategia di ampio respiro

crisiI numeri della nostra economia , mese dopo mese, raccontano di un arretramento che non può non destare preoccupazioni. Il governo giallo-verde addebita al passato ogni responsabilità, i predecessori girano la frittata all’attuale, di sicuro l’inversione di marcia è netta e più veloce di quel che si aspettavano anche i pessimisti.

Siamo la seconda manifattura europea eppure perdiamo colpi fattura europea eppure perdiamo colpi ben più della prima, la Germania, e della terza, la Francia, le quali avvertono qualche scricchiolio ma niente di più.

Siamo ai primi posti per i flussi turistici e abbiamo un settentrione che ha tirato come forse nessun altro Paese in Europa, eppure i consumi interni sono rimasti al palo e il loro recupero, da inizio crisi sistemica, è stato pari ameno dei 2/3 , a differenza dei nostri maggiori competitor europei che hanno recuperato ben di più di quel che avevano lasciato.
Purtroppo l’amaro calice che stiamo cominciando a ingerire si chiama recessione e ben peggio potrebbe essere nei prossimi mesi e, speriamo di no, forse anni. Sono troppi i fattori concomitanti che hanno una sola dolorosa origine e stanno determinando il nuovo scivolone: noi stessi. Il sistema imprenditoriale è in ritardo, i cambi generazionali non avvengono, il capitale di rischio conferito nelle imprese è si e no pari alla metà di quello di tedeschi e francesi.

Gli investimenti privati, superiori a quelli pubblici, restano ancorati alle facility fiscali, si investe se ci sono meno tasse da pagare, se no si aspetta. A fronte c’è una politica di qualunque colore che ha una vision annuale, sovente mirata a mantenere o recuperare consenso, così una volta in prossimità di elezioni si danno gli 80 euro, un’altra, l’attuale, ci si inventa il reddito di cittadinanza o quota 100 per liberare dal lavoro chi ne è stufo. Intanto la burocrazia resta la peggiore e più farraginosa del globo, le tasse eccedono e i servizi calano in qualità e quantità.

La spesa sanitaria ormai per oltre il 25% se la sobbarcano i contribuenti. Il miglioramento della qualità e durata della vita imporrebbe un servizio sanitario nazionale iperfunzionante , invece così non è, e parte rilevante delle prestazioni se la devono pagare le famiglie.

La scuola di ogni grado e livello cammina con passo da tartaruga, i competitor corrono e investono, noi siamo fermi e tagliamo risorse.
Eppure chi ci ha preceduto, nei primi 4/5 lustri del dopoguerra, aveva costruito un sistema socio-economico invidiato e copiato da mezzo mondo, di quel sistema sono rimaste le briciole.

La ricetta Paese non può essere quella dell’assistenzialismo.

Serve una politica industriale e commerciale con una vision almeno decennale, un piano di marketing attrattivo in grado di proporre un turismo che duri l’intero anno al Sud e sia più ampio e mirato nel resto del Paese.

Serve un metodo e un modello operativo che va mantenuto per almeno due legislature, così come vanno fissate priorità alle quali aderiscano e vi contribuiscano le categorie economiche. Solo così ci si potrà nuovamente incamminare verso strade lineari che portano al rilancio dell’Italia. Bene sarebbe che oltre le percezioni si guardi tutti noi al concreto, cosa mai fatta negli ultimi decenni.